Spesso assistiamo a racconti di cronaca nera che insistono, quasi morbosamente, su un dettaglio: uno degli aggressori sarebbe un pugile.
E allora è necessario dirlo con chiarezza, senza ambiguità: fare sport – qualsiasi sport – non immunizza automaticamente dalle responsabilità individuali.
Ma usare lo sport come chiave di lettura per spiegare un atto violento è, a parer nostro, un’ingiustizia.
Il pugilato non è violenza.
Il pugilato è disciplina. È rispetto delle regole. È controllo. È educazione al limite, alla fatica, alla consapevolezza di sé. È una palestra di vita che insegna prima di tutto a governare la forza, non a subirla o a usarla senza coscienza.
Associare un gesto criminale a questo sport significa tradirne l’essenza. Significa colpire una comunità intera fatta di atleti, tecnici, educatori e giovani che ogni giorno trovano sul ring uno spazio di crescita, non di distruzione.
Le responsabilità sono sempre personali. Sempre.
E non possono essere scaricate su un contesto, su una passione, su un percorso sportivo che, nella sua natura più autentica, rappresenta esattamente il contrario di ciò che è.
Condanna ferma per chi delinque, rispetto per le vittime e rispetto per una disciplina millenaria.
