ECCO TUTTA LA STORIA
Faccio un’analisi, perché credo sia doveroso chiarire alcuni aspetti che, diversamente, rischiano di essere strumentalizzati da chi, attraverso la scrittura sul nostro sport, sembra più interessato a fare propaganda che a raccontare realmente ciò che accade sul ring.
Partiamo dalla fine.
Torniamo dagli Europei senza medaglie, questo è un dato oggettivo. E non siamo certo noi a volerlo nascondere. Anzi, siamo i primi ad essere arrabbiati e delusi.
Arriviamo però da una competizione, i Giochi del Mediterraneo, due settimane fà, nella quale abbiamo conquistato 4 ori e 3 bronzi.
Agli Europei quattro nostri atleti sono arrivati ai quarti di finale: Rontani, Ghilarducci, Charaabi e Mosetti.
Mosetti, agli ottavi, ha battuto la campionessa d’Europa in carica, nonostante una differenza di esperienza importante. Nei quarti non è riuscita a ripetersi contro la polacca, ma il suo percorso resta significativo.
Rontani, Ghilarducci e Charaabi, invece, erano a un passo dalla medaglia e hanno perso con verdetti che, per andamento e contenuto degli incontri, considero difficili da giustificare.
Non parlo di match equilibrati nei quali si può discutere di una ripresa. Parlo di incontri che, a detta di molti, erano dalla nostra parte ( se vedete i cartellini capite meglio che intendo).
E questo significa che, con tre verdetti diversi, oggi parleremmo probabilmente di tre medaglie.
Ma il rammarico più grande non è soltanto per le medaglie che non sono arrivate. È vedere analisi e critiche costruite esclusivamente sul risultato, senza conoscere o approfondire ciò che c’è dietro quel risultato.
Molti dei nostri ragazzi hanno tra i 19 e i 22 anni.
Poi ci sono gli atleti più esperti:
La Testa ha ripreso il suo percorso dopo un anno e mezzo di stop.
Charaabi, attualmente numero 4 del ranking mondiale, è stata sconfitta dalla pugile russa in un incontro nel quale il verdetto ha avuto un peso determinante. E se non lo sapete, ricordiamoci che, ai Giochi del Mediterraneo, aveva battuto la serba e la marocchina, rispettivamente campionessa e vicecampionessa del mondo.
Gli altri ragazzi hanno combattuto con grande valore, affrontando avversari con un’esperienza internazionale spesso molto superiore alla loro. Senza sfigurare. Anzi.
Perché questo è un altro aspetto che spesso viene dimenticato: dall’altra parte del ring non ci sono avversari di pari esperienza, ma di gran lunga superiore.
Ci sono infatti atleti con decine e decine di incontri internazionali in più, medaglie olimpiche, medaglie mondiali e, in alcuni casi, atleti con esperienza nel professionismo.
Il gap con alcune delle nazioni più forti è ancora evidente. E per colmarlo servono tempo, esperienza, continuità e soprattutto lavoro.
Mi ricorda molto quello che è successo a me quando ero pugile.
Ho perso incontri. Sono stato criticato. Sono stato dato per finito e sfavorito più di una volta.
Poi tra tutti è arrivata la mia occasione mondiale e sono riuscito a vincerla.
E, quasi per magia, le stesse persone che prima criticavano hanno iniziato a dire:
“Io lo avevo detto che ci sarebbe riuscito.”
E oggi, per molti di loro, sono semplicemente “Campione”.
La realtà dello sport, purtroppo, è questa: quando vinci tutti conoscono il tuo valore; quando perdi, improvvisamente tutti conoscono i tuoi errori.
Io non scrivo questo per cercare alibi.
Non abbiamo vinto medaglie e siamo i primi a prenderci la responsabilità del risultato.
Lo scrivo perché credo sia giusto raccontare anche il percorso, il livello degli avversari, l’età dei nostri ragazzi, l’esperienza accumulata e tutto ciò che non si vede.
Scrivo perché quando battiamo pugili importanti, spesso non se ne parla.
Leggo critiche da parte di chi non è mai venuto a vedere un allenamento, non ha mai assistito a un raduno, non ha mai seguito da vicino il percorso della squadra e, in molti casi, non ha mai fatto nemmeno una telefonata per chiedere cosa sia realmente successo.
Questo non significa che non si possa criticare. La critica è legittima. Ma per essere utile deve partire dalla conoscenza dei fatti.
Oggi torniamo dagli Europei senza medaglie.
È un dato, e nessuno lo nasconde.
Ma non è tutta la storia.
La storia è fatta di ragazzi che ogni giorno lavorano per migliorarsi, che salgono sul ring contro avversari sulla carta più esperti e spesso più forti, senza tirarsi indietro.
È fatta di un gruppo che sta costruendo esperienza.
È fatta di sconfitte, di vittorie, di verdetti discutibili, di occasioni perse e di occasioni che arriveranno.
Sapevo perfettamente che accettare questo ruolo significava affrontare una sfida difficile. L’ho scelto perché credo nel lavoro e perché, ogni giorno, cerco di mettere tutto me stesso al servizio di questi ragazzi.
Oggi non abbiamo conquistato medaglie.
Domani continueremo a lavorare per conquistarle.
E vi assicuro che, in questa squadra, ci sono elementi validi.
Ragazzi che devono ancora maturare, crescere, fare esperienza e affrontare tante battaglie.
E sono convinto che alcuni di loro potranno togliersi grandi soddisfazioni.
Magari, quando arriveranno quei risultati, gli stessi che oggi hanno fretta di criticarli li chiameranno “campioni”.
Io, però, continuerò a chiamarli semplicemente pugili.
E continuerò a lavorare perché diventino i campioni che possono essere.